Muri

Vent'anni dopo la caduta del muro più tristemente noto nella storia dell'umanità, un altro, altrettanto disonorevole, è sorto per dividere ulteriormente una terra senza pace. Si snoda sinuoso come una serpe nel cuore dei desolati territori palestinesi, intervallato solamente da check-points e torrette, incombente come le nubi scure di un temporale in arrivo. Lo si può scorgere già alle porte di Betlemme; ciò che si fatica a vedere è l'ineluttabilità di questo confine, che complica maledettamente la vita di coloro che stanno da una parte e dall'altra.
Il muro è nato ufficialmente per filtrare il flusso di persone che si recano nello stato di Israele, più di qualcuno lo ritiene un parto paranoico e opportunistico. A ridosso di questa barriera si consumano piccole, grandi, dolorose battaglie; sulle sue pareti di cemento armato spesso si infrangono le speranze di chi vorrebbe oltrepassarla solo per recarsi a lavorare o per ritrovare l'abbraccio dei suoi cari.
Paradossalmente, gli uomini che hanno eretto il muro che divide, sono gli stessi che sotto un altro muro si riuniscono per pregare. Il muro del pianto si trova nel cuore di una Gerusalemme oramai completamente militarizzata, ai suoi piedi prende quotidianamente corpo un rituale affascinante, fatto di invocazioni soffuse, litanie ipnotiche, gesti simbolici, studio di testi sacri, cerimoniali religiosi.
Nelle crepe del muro del pianto ci sono migliaia di piccoli fogli piegati, sembrano petali di fiori stipati nella roccia: ognuno è una preghiera. Nel cemento armato invece non c’è nessuna fessura. Dal lato palestinese la speranza prende forma tramite graffiti che implorano pace e urlano rabbia; preghiere sotto gli occhi di tutti, forse non troppo diverse da quelle scritte sui foglietti colorati a pochi km di distanza.

Reportage nei territori palestinesi tra dicembre 2008 e gennaio 2009 mentre a Gaza la guerra causava vittime a centinaia, anche tra i civili.

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