Nargis was coming

Il paese che stavo scoprendo in quei giorni era pregno di quel fascino vagamente misterioso che solo l'oriente riesce a suscitare. In effetti il Myanmar, una volta Birmania, è uno di quei luoghi dove il tempo sembra essersi davvero fermato.
Nonostante la dittatura militare che lo governa duramente dal 1988, la popolazione è estremamente mite, saldamente legata al buddismo ed ai suoi monaci (i quali godono di grande rispetto e consenso). Arti e mestieri sono ancora gli stessi da decenni, così come i passatempi e i rituali: se da una parte il regime rallenta spaventosamente lo sviluppo economico del paese, dall'altra, indirettamente, finisce per preservarne le tradizioni e i costumi, determinando un paradosso che ricorda in parte quello cubano.
Indubbiamente di fronte agli occhi dei visitatori scorrono scenari e situazioni dal sapore mistico, ci si sente lentamente avvolti da una realtà tanto affascinante quanto profondamente distante dalla nostra.
Non potevo sapere che a breve sarebbe arrivato Nargis. Forse non lo sapeva nessuno, tranne i monaci che raccomandarono a tutti di rincasare presto la sera del 2 maggio 2008.
Il ciclone fu tremendo, l'hotel di Yangoon dove soggiornavo venne danneggiato pesantemente e rabbrividii pensando alle strutture abitative, molto più fragili, che avevo incontrato durante il viaggio: ricordai le palafitte sul lago Inle, le baracche lungo l'Irrawaddy, le case dei contadini. L'ex capitale era devastata ma proprio nelle zone rurali si registrarono la maggior parte delle oltre 100.000 vittime.
Nonostante la catastrofe, il giorno dopo, nelle strade, non era difficile scorgere un sorriso sui volti della gente, così umile e composta di fronte alle sofferenze da sembrare, ai miei occhi, un esempio per la viziata e isterica società occidentale.

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